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PENSIONE DI REVERSIBILITA' - I DIRITTI DELLA PERSONA DIVORZIATA

Paiano Davide
Pubblicato da Davide Paiano in news · 4 Gennaio 2021

La pensione di reversibilità è un trattamento erogato dall’INPS a favore della persona più prossima in caso di decesso del pensionato o dell’assicurato.
 
Per avere diritto alla pensione di reversibilità ci deve essere una di queste due condizioni: la persona deceduta era titolare di una pensione diretta o ne aveva in corso la liquidazione; la persona venuta a mancare aveva maturato almeno quindici anni di assicurazione e di contributi oppure almeno cinque anni di assicurazione e di contributi, di cui almeno tre nel quinquennio precedente la data del decesso.

Quando viene a mancare un soggetto titolare di pensione o avente diritto alla liquidazione e questo soggetto era sposato, separato, divorziato o unito civilmente, la pensione di reversibilità spetta:
 
·   al coniuge, anche se legalmente separato;
 
·   al divorziato sempre che sia titolare dell’assegno divorzile, non si sia risposato e la persona defunta abbia iniziato il rapporto assicurativo prima della data di sentenza dello scioglimento o della cessazione degli effetti civili del matrimonio;
 
·    al superstite unito civilmente, in forza di quanto introdotto dalla legge n. 76 del 2016.
 
Di particolare interesse per la nostra trattazione è il diritto riconosciuto dall’art. 9 della legge 898/1970 a favore del soggetto divorziato nel caso in cui l’ex coniuge si sia risposato.
 
Il terzo comma di tale articolo così dispone: “Qualora esista un coniuge superstite averte i requisiti per la pensione di reversibilità, una quota della pensione e degli altri assegni a questi spettanti è attribuita dal tribunale, tenendo conto della durata del rapporto, al coniuge rispetto al quale è stata pronunciata la sentenza di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio e che sia titolare dell’assegno di cui all’articolo 5. Se in tale condizione si trovano più persone, il tribunale provvede a ripartire tra tutti la pensione e gli altri assegni, nonché a ripartire tra i restanti le quote attribuite a chi sia successivamente morto o passato a nuove nozze”.
 
In sostanza, la normativa vigente stabilisce che, se la persona defunta aveva divorziato e si era risposata, spetta al tribunale decidere la quota di pensione di reversibilità che va al coniuge divorziato e a quello superstite.

Sul punto, sono interessanti alcune recenti pronunce della Corte di Cassazione che hanno riepilogato la ratio e i criteri per stabilire la misura del trattamento spettante nell’ipotesi appena menzionata.
 
Nella sentenza n. 20477 del 28.09.2020, la Suprema Corte ha sottolineato che si rinviene “il presupposto per l'attribuzione del trattamento di reversibilità a favore del coniuge divorziato nel venir meno del sostegno economico apportato in vita dall'ex coniuge scomparso e la sua finalità nel sopperire a tale perdita economica, così identificando la "titolarità" dell'assegno nella fruizione attuale, da parte del coniuge divorziato, di una somma periodicamente versata dall'ex coniuge come contributo al suo mantenimento”. In questo contesto, “è evidente che, se la ratio dell'attribuzione del trattamento di reversibilità al coniuge divorziato è da rinvenirsi nella continuazione del sostegno economico prestato in vita all'ex coniuge, non può considerarsi all'uopo decisivo un trattamento determinato in misura minima o anche meramente simbolica, come invece sostenuto da Cass. S.U. n. 159 del 1998: è necessario piuttosto che il trattamento attribuito al coniuge divorziato possieda i requisiti tipici previsti dalla L. n. 898 del 1970, art. 5 ovvero, e più precisamente, che esso sia idoneo ad assolvere alle finalità di tipo assistenziale e perequativo-compensativa che gli sono proprie, di talché, pur non mettendo necessariamente capo ad un contributo volto al conseguimento dell'autosufficienza economica sulla base di un parametro astratto, consenta tuttavia all'ex coniuge il raggiungimento in concreto di un livello reddituale adeguato al contributo fornito nella realizzazione della vita familiare, riconoscendogli in specie il ruolo prestato nella formazione del patrimonio della famiglia e di quello personale degli ex coniugi”.

Quanto invece ai criteri per la ripartizione della pensione, si menziona l’ordinanza 25656 del 13.11.2020, con cui la Suprema Corte ha riassunto i principi cardine: “la Corte di legittimità ha affermato che "La ripartizione del trattamento di reversibilità tra coniuge divorziato e coniuge superstite, entrambi aventi i requisiti per la relativa pensione, va effettuata, oltre che sulla base del criterio della durata dei matrimoni, ponderando ulteriori elementi correlati alla finalità solidaristica dell'istituto, tra i quali la durata delle convivenze prematrimoniali, dovendosi riconoscere alla convivenza "more uxorio" non una semplice valenza "correttiva" dei risultati derivanti dall'applicazione del criterio della durata del rapporto matrimoniale, bensì un distinto ed autonomo rilievo giuridico, ove il coniuge interessato provi stabilità ed effettività della comunione di vita prematrimoniale." (Cass. n. 26358 del 07/12/2011), oltre che ponderando ulteriori elementi, quali l'entità dell'assegno di mantenimento riconosciuto all'ex coniuge, le condizioni economiche dei due aventi diritto e la durata delle rispettive convivenze prematrimoniali (Cass. n. 16093 del 21/09/2012), senza mai confondere, però, la durata della convivenza con quella del matrimonio, cui si riferisce il criterio legale, né individuare nell'entità dell'assegno divorzile un limite legale alla quota di pensione attribuibile all'ex coniuge, data la mancanza di qualsiasi indicazione normativa in tal senso (Cass. n. 10391 del 21/06/2012)”.


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